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5 DOMANDE A GIUSEPPE MAURIZIO SCUTELLÀ

Un’intervista al celebre designer sul tema “giovani e design”

 

Giuseppe Maurizio Scutellà non è un Archistar, non si veste di rosa e non indossa frange. Appartiene alla più nobile categoria di designer, fatta di progettisti che si dedicano più alla sostanza che alle apparenze. In Italia è un personaggio semi-sconosciuto, perché lascia che siano i suoi progetti a parlare per lui. Si può infatti fregiare dei maggiori premi come il “Good Design Award”, il “Red Dot Award” e il famoso “iF design award”.

Sua è la famiglia di lampade Pirce che ha ridato vigore ad Artemide, divenendo in breve tempo il prodotto più venduto nella storia dell’azienda, secondo solo alla Tolomeo di De Lucchi. In più vanta molte altre collaborazioni con aziende nazionali e internazionali: Gessi, Bialetti, Tonelli Design e Rak Ceramics, per citarne alcune.

• Hai una formazione da tecnico e un animo da artista: ti trovi mai combattuto fra “Form Follows Function” e “Function Follows Form”?

“Piuttosto che mettere in contrasto l’una con l’altra teoria, mi trovo felicemente a disporre di entrambe; a volte non riesco ad approcciare ad un progetto tecnico senza una visione artistica e viceversa. Io mi ritengo più artistico e creativo: rimango spesso sedotto dalla forma e ne sono fortemente influenzato. Il design e l’arte non sono compartimenti stagni. Siamo in un momento storico in cui ci possiamo permettere il lusso di creare contaminazioni, in un melting pot di culture e di esperienze che sarebbe assurdo non prendere in esame”.

• La tua poliedricità ti porta ad affrontare progetti molto diversi. È importante o no ricercare e maturare un proprio stile?

“Non è necessario! Il fatto di sposare uno stile, a volte, mi sembra un accanirsi inutile a percorrere una via. Credo quindi porti talvolta a una povertà della proposta. La sfida più interessante, per quanto mi riguarda, è affrontare ogni progetto con un approccio diverso”.

• In una tua passata dichiarazione ironizzi sul fatto che all’estero hai rilasciato molte interviste, mentre in Italia la stampa inizia solo ultimamente ad interessarsi a te. È così difficile che il proprio talento venga riconosciuto in patria?

“Non vorrei fare un’affermazione arrogante del tipo «Nessuno è profeta in patria», però di fatto mi sono reso conto che forse per un designer italiano c’è meno attenzione da parte della stampa di settore rispetto a quanto avviene all’estero”.

• Domande amletiche per ogni giovane designer: da dove iniziare? Un’esperienza all’estero? Gavetta in uno studio o presso un’azienda? Cercare visibilità attraverso web e social media?

“I social network vanno sicuramente utilizzati: sono una cassa di risonanza e una piazza importante per farsi conoscere. Un giovane designer non può prescindere da questo. Sono però solo uno step: di sicuro non ci si deve stancare di fare progetti e proporli alle aziende”.

• Un consiglio ai giovani designer e uno alle aziende italiane…

“Ai giovani dico di credere in quello che fanno e non farsi intimorire: siamo in un’arena libera nella quale il giudice è il mercato. Trovate un tema che vi appassiona e sarete spinti ad approfondire e cercare le giuste chiavi di lettura per i progetti. Alle aziende italiane consiglio di avere un atteggiamento più aperto nei confronti delle giovani proposte: non è il nome del designer ma il progetto che conta”.

 
giuseppemaurizioscutella.com

 

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di Giovanni Tomasini

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