Suggestioni e stimoli nati dal contatto con la civiltà sudamericana
Nel percorso di Anna Coccoli emerge costante il tema della liberazione della donna, fatta prototipo del dono e della continuità della vita, che aspira a un canto figurativo pieno e fluente, in frizione di un simbolismo cupo e visionario.


Il cammino della donna, spesso come una vera e propria rivolta di eroine e lottatrici, poi danza o sabba, non avviene come una marcia trionfale, ma come un mistero tragico, che fa erompere insieme energie generose e abiette dell’umanità.
La Coccoli visse negli anni sessanta-settanta una stagione di fisicità ruvida e primitiva, aspra e dolente, in cui era parte d’un popolo di grandi figure femminili con un senso di tattile grandezza, in un alone di improvviso, incombente apparire, idolo rilevato di un colore quasi monocromo, di terra e lividi.
L’aspetto più costante e duraturo dell’attività di Anna Coccoli è proprio in questa ricerca d’una solidità sacra nell’umanità riportata alla vita elementare, col senso aspro della lotta, tra grandi, sgargianti, eccessioni e questo senso di luce più trascinata che s’accascia su una radura o una spiaggia, entro una sensibilità che s’è fatta secca, bruciata, e esprime una drammatica verità essenziale. Capace di compromettersi con la materia carnale della vita e di sprofondare nella materia e nel colore come dentro la coscienza.
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Gianbattista Bonazzoli
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