Ci sono luoghi che si visitano e luoghi che insegnano un modo diverso di guardare
In Marocco ho cercato di volgere lo sguardo verso ciò che di solito passa inosservato. Ho visitato inizialmente la città di Marrakech, nella quale mi sono perso più volte. I vicoli stretti della Medina, i banchi dei souk, le voci e i corpi che si muovevano come un flusso costante. Ogni volta che credevo di essermi allontanato troppo, scoprivo invece di essere esattamente dove avrei voluto essere. Smarrirmi, in questo caso, non è stato sinonimo di perdermi, ma di concedermi la possibilità di vedere ciò che non stavo cercando.




In una città molto turistica, che accoglie milioni di viaggiatori ogni anno, il vero paradosso è che tanti arrivano in cerca di qualcosa di unico, di autentico, e finiscono, spesso, per inseguire sempre la stessa cartolina. Eppure, basta rallentare il passo perché Marrakech si apra in dettagli silenziosi: un gatto appollaiato sul sellino di uno scooter, uno sguardo incrociato per un istante, un lavoratore che sfreccia, come tanti altri, tra le strade della Medina…

Poi il viaggio mi ha portato alla scoperta di Essaouira, affacciata sull’Atlantico, a circa tre ore di distanza da Marrakech. Le case sono basse e le strade sembrano essersi svuotate. Qui il tempo ha un’altra densità. Non c’è caos e tutto rallenta. Il forte vento oceanico attenua le temperature elevate di Marrakech e la dominante gialla e rossa lascia spazio al blu del mare e delle barche dei pescatori. Nel porto, le reti vengono riparate con gesti che appartengono a un’altra epoca, mentre i gabbiani, vigili, attendono qualche scarto del pescato.
Marrakech ed Essaouira mi hanno insegnato la stessa lezione, in modi diversi: a volte, per vedere davvero, bisogna smarrirsi; altre, basta rallentare lo sguardo.
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