Al Memoriale Brion la dualità fra vita e morte, materia e spiritualità
Nella campagna trevigiana, ad Altivole, si trova quella che molti considerano l’opera più completa e rappresentativa di Carlo Scarpa: il Memoriale Brion. La prima volta che visitai questo luogo ero ancora uno studente. Ricordo il forte contrasto che riuscì a trasmettermi: da una parte il senso di pace e raccoglimento, dall’altra la presenza di una profonda dualità, quella tra vita e morte, tra materia e spiritualità, tra pieno e vuoto.
Anni dopo sono tornato al Memoriale con uno sguardo diverso, più attento e sensibile rispetto a quello adolescenziale. Eppure, la sensazione è rimasta la stessa.



Questa volta sono arrivato entrando di corsa, cercando riparo da un temporale. Ma al primo passo all’interno di questo intreccio di geometrie, acqua, cemento e luce, ciò che viene naturale fare è rallentare. Rallentare per osservare. Lasciarsi trasportare dai riflessi nei canali d’acqua, dalle superfici del cemento grezzo, dai mosaici e da quei dettagli nascosti che lentamente si rivelano allo sguardo.

La simbologia appare fin dall’ingresso: gli anelli intrecciati rappresentano il legame coniugale e l’unione tra i due sposi, mentre l’acqua, elemento centrale dell’intero progetto, richiama l’influenza della cultura orientale tanto cara a Scarpa e diventa metafora di continuità, riflessione e trasformazione. Non è un luogo che si visita in fretta. Ogni elemento sembra essere stato pensato per raccontare qualcosa, rivelandosi nel momento giusto a chi è disposto ad osservare.
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