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MICHELE DE LUCCHI, LA CASA COME PALCOSCENICO

DE LUCCHI DENTROCASA LUGLIO 2018

Nel suo studio di Milano il celebre designer e architetto ci offre il suo punto di vista sulle nuove tendenze dell’interior design.

nell’immagine: “Il Chioso”, lo studio di Michele De Lucchi sul lago Maggiore. Ph. Tom Vack

I miei tragitti in auto sono fatti di molte cose, telefonate che altrimenti non farei, pianificazioni e pensieri di varia natura che non necessariamente hanno a che fare con il lavoro… Magari mi rilasso anche, ad eccezione delle trasferte a Milano. L’arrivo in questa città è sempre una scoperta. Parto preparata, mi informo, leggo interviste precedenti, faccio schemi scritti e mentali e mi sento serena. Tutto fino alla barriera: lì iniziano i dubbi, si fa strada “l’ansia da prestazione” e rimetto tutto in discussione… sempre.

E sapete qual è il vero cruccio? Questo: che domanda potrei fare che nessuno ha mai fatto? Sì perché quando ti trovi faccia a faccia con uno dei più grandi architetti di sempre, ciò a cui pensi è proprio quello. È un mercoledì mattina piovoso, molto piovoso. Milano è completamente bloccata e sono in ritardo. Arrivo in via Varese e mi soffermo a guardare l’edificio di 4 piani, sicuramente più simile ad un hotel di lusso che ad un semplice studio. Mi fanno accomodare all’ultimo piano.

Michele De Lucchi
Ph. Giovanni Gastel

Lui arriva poco dopo, mi stringe la mano e subito nasconde i biscotti che trova dimenticati sulla scrivania. Sorrido, riprendo a respirare: quel gesto lo fa sembrare una comune persona golosa. Tanto basta per farmi rilassare e trasformare l’intervista in una semplice chiacchierata. Chi ho davanti? Il maestro Michele De Lucchi! Non so bene come ci si arrivi, ma la conversazione verte subito sul come nel mondo social ognuno possa diventare “professore”, magari sfruttando le capacità o le fonti di altri…

Lei è un creativo per natura, quindi la cosa che sicuramente la spaventa meno è citare le fonti, perché non ha timore che l’attribuire ad altri un pensiero possa in qualche modo sminuire lei. Ma nel mondo virtuale e dei social spesso capita di incrociare chi le fonti non le cita…

“Non citare le fonti è scorretto. Quando uno scrittore scrive un saggio, la tecnica più importante per renderlo autorevole è testimoniare che quegli argomenti sono stati trattati da vari autori e citare quindi le fonti. Il saggio non è altro che l’unione di più pensieri; costruire un nuovo pensiero significa mettere insieme una selezione di cose diverse ed è proprio in questo modo che si ottiene un punto di vista”.

In una sua intervista ho letto questa frase: “Nel design non si può copiare”. Sì, immagino che chiaramente il punto di partenza sia sempre creare qualcosa di unico. Ma perché a volte si ha la percezione che non sia così?

“Le aziende chiedono prodotti unici. Una ditta che fa sedie vuole ogni volta un prodotto innovativo e quindi chiede al designer di creare qualcosa di diverso. Quello che sembra simile è per i riferimenti con il passato, ma le industrie vivono sulla capacità dei designer di creare qualcosa di nuovo”.

Quindi, quando viene commissionato il prodotto, viene fatta anche una richiesta specifica sul tipo di materiale?

“Beh, ogni azienda ha i propri processi produttivi, le sue eccellenze e anche i suoi vincoli, quindi sì, spesso accade. Non accade per aziende che hanno la produzione esterna, però in quel caso si tratta di edizioni”.

Com’è cambiato negli ultimi anni il progetto d’arredo per gli interni?

“Per il progetto d’arredo un tempo si faceva riferimento all’idea di coordinato, ma ora si tende a mettere insieme cose diverse, oggetti che non hanno nulla in comune, ma che insieme trovano equilibrio e armonia. Il coordinato puzza di montato, di falso, di catalogo”.

DE LUCCHI LUGLIO 2018
a sinistra: studio aMDL, Milano.  • a destra: Maison Olivier Bernstein, Beaune (France),
2015-2017 – Ph. Tom Vack

Quindi potere al singolo prodotto?

“Sì, sono quasi tutti prodotti scultorei che si mettono insieme per la loro forza iconica. La parola arredo è un linguaggio lontano. Le aziende di design non guardano all’idea di insieme, non pensano a dove collocare quel prodotto, alle ambientazioni: pensano a creare qualcosa di sufficientemente unico da poter avere una propria singola forte identità”.

Quindi si è tornati indietro? Questo non è un concetto legato al passato? Ciò che intende è che si stanno creando nuovi prodotti iconici dopo un periodo di “appiattimento” derivante dall’esigenza del cosiddetto “coordinato”? “Esattamente”.

E chi ha segnato questo nuovo passaggio? “Il cliente finale! È lui che decide cosa va e cosa non va. La gente vuole l’unicità. La casa è il palcoscenico sul quale ognuno di noi recita la propria esistenza. Per cui ognuno cerca di mettere in casa qualcosa che sia il più contemporaneo possibile, che sia fortemente legato al momento in cui vive”.

Quindi lei si fa interprete dei desideri che possono avere gli altri…

“Sì. Chiaramente non delle singole persone ma dal punto di vista dell’evoluzione antropologica, quindi gli stili di vita e i mutamenti nelle ambizioni degli uomini. Per esempio una delle tendenze attualmente in circolazione, soprattutto a Milano, è quella di vivere fuori casa. Quindi le case hanno sempre più il senso di un luogo intimo, sono più piccole e si vuole che siano sempre più rispondenti alla personalità di chi le abita, per ritrovare un rifugio quando ci si trascorre del tempo, anche se è un bene che l’esser umano stia buona parte del suo tempo con i suoi simili”.

la sede di Garage Italia
a Milano, 2015-2017. Ph. Tom Vack

 

Non ha la percezione che alcune aziende del mondo dell’arredo puntino più sulla qualità percepita che sulla qualità reale del prodotto?

“Le qualità sono tante! Esistono le qualità funzionali e pratiche per le quali una sedia può essere comoda, impilabile, durare nel tempo, essere alla moda… C’è poi la qualità teorica, emozionale, simbolica… C’è il potere della soggettività del prodotto e della scelta… Nel momento in cui si sceglie quel prodotto si fa una scelta personale e le qualità emozionali diventano più importanti delle qualità funzionali”.

Bussano alla porta e un assistente annuncia che il mio tempo è scaduto. Quando l’architetto mi congeda con un saluto ed un invito all’imminente mostra che verrà allestita nel suo studio, sono un po’ frastornata. Il mio pensiero va al fatto che tutto si riduca ad una scelta personale, ad un’architettura concepita come punto di vista soggettivo. In effetti non avevo mai considerato questo aspetto… Quando si dice il potere della personalità…

cristina giorgio

Cristina Giorgi
Spazio metodo
cristina.giorgi@dentrocasa.it
cristina@spaziometodo.it

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