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I TAPPETI DI LABORATORIO

02/10/2016

Nell’immagine: splendido tappeto di antica manifattura iraniana realizzato in un laboratorio di Kerman.

Osservarne la decorazione significa recuperare preziose informazioni circa origine e procedimento di annodatura.

Ha attraversato continenti, dai primi rudimentali tappeti nomadi, a quelli più smaliziati e realizzati nei primi villaggi. Ma è nei cosiddetti tappeti di laboratorio che va ricercata la precisione esecutiva e la raffinatezza stilistica.

Apprezzare un tappeto significa comprendere come esso rifletta il modo di vivere dei suoi artefici, differenti per origine, cultura e stile di vita e tipo di laboratorio.

Il tappeto poteva infatti rappresentare per i cosiddetti nomadi un autentico punto fermo ed un semplice oggetto di artigianato nella vita di villaggio. Sarà in ambito urbano che, entrato in contatto con altre espressioni artistiche, diverrà manufatto di sofisticata esecuzione, emblema di uno status sociale ed omaggio alla fede.

Se il tappeto nomade, legato al quotidiano, risulta semplificato nell’impianto, i tappeti di laboratorio ne arricchiscono le forme, rielaborandole.

I tappeti realizzati dovranno necessariamente vivere in simbiosi con lo spazio espositivo prescelto e saranno per questo “architettati” a dovere, generalmente con un centro, incorniciati in eleganti bordure… autentici giardini decorati. Per il tessitore eseguire al meglio l’opera significa ricercarne la bellezza, consegnandola all’immortalità.

Le origini vanno ricercate nel cosiddetto mecenatismo, operato da una serie di sultani, ambiziosi ed istruiti, artefici della cosiddetta arte di corte. Furono così realizzati splendidi manufatti, inizialmente esclusivo appannaggio di nobili palazzi, e successivamente vennero istituiti numerosi laboratori che intensificarono l’ambizione di possedere un tappeto da parte di numerose famiglie di possidenti.

Come non citare gli splendidi tappeti persiani del 1500, autentici capolavori che necessitavano di  organizzati laboratori alle spalle, con tanto di rigida divisione dei ruoli, dalla progettazione, alla tintura, dalla filatura alla vera e propria annodatura.

Particolare cura veniva dedicata al reperimento della materia prima, dalle morbide lane impiegate per il vello al resistente cotone della struttura. Prenderà vita successivamente un periodo di forte collaborazione fra celebri artisti appartenenti a differenti discipline, come scultura, pittura e naturalmente tessitura.

Cambieranno gli stessi connotati dei laboratori per accogliere telai sempre più grandi ed impegnativi ed ospitare i tanti lavoranti: siamo cioè ben lontani dalla figura della solitaria annodatrice. La nuova committenza influì inoltre sulla grafica del tappeto nonché sulle sue dimensioni.

Arch. Jim Lo Coco

Arch. Jim Lo Coco

Consulente Tecnico del Tribunale di Brescia e docente di storia del tappeto orientale.

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