Marco-Girolami-Intervista-Febbraio-23

MARCO GIROLAMI, DISEGNI DI LUCE

17/02/2023

Il fotografo Marco Girolami, romano di fama internazionale, ripercorre la sua prestigiosa carriera e i progetti più recenti. Dai ritratti di attori e vip alle grandi campagne pubblicitarie. 

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La sua migliore fotografia sarà sempre la prossima, perché Marco Girolami è uno che non si ferma mai, che non si accontenta della straordinarietà di uno scatto.

E nemmeno del successo che in tanti anni di carriera gli è stato tributato, ritraendo personaggi del calibro di Spike Lee, Brooke Shields, o Pedro Almodovar, solo per citarne alcuni. Nel suo obiettivo cerca l’emozione a tutto tondo, quella che investe il fotografo, ma anche quella che viene trasmessa all’osservatore.

Foto che comunicano entusiasmo e energia, mettendo in gioco i soggetti ma anche il loro autore che in carriera ha sempre fatto coincidere magistralmente la sua passione con il suo lavoro.

“La fotografia – ci racconta lo stesso Marco Girolami – mi permette di esprimere me stesso, essere costantemente in gioco, riuscire a gratificarmi e soddisfare quindi quella che per me è un’autentica necessità. È una fonte continua di ispirazione, che mi consente di crescere, esplorare, conoscere e soprattutto non lasciarmi “inquinare” da quella che può essere la prima impressione”.

Ci vogliono studio, preparazione, una sana e mai sazia curiosità. Ci vuole anche la capacità di sapersi reinventare nel tempo e proprio al tempo rendersi superiori realizzando opere destinate a rimanere immortali.

Un’impresa non da poco, specie contro quella che Girolami definisce la fotografia “mordi e fuggi”, le immagini cioè che ci bombardano su Internet, nei social, figlie dello spopolare del digitale.

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La fotografia è un amore sbocciato quasi per caso, dato che Marco Girolami viene da una famiglia legata al cinema: papà attore, nonno prima autore e poi regista e zio anch’egli noto regista di film d’azione al quale si è ispirato perfino Quentin Tarantino.

La mamma ha invece fatto la mannequin, con partecipazioni in importanti campagne pubblicitarie e amicizie del calibro di Lancetti e Capucci.

“Io studiavo Legge – spiega Girolami – perché il cinema non mi interessava proprio. Non ero però un grande studente e pensavo invece più a divertirmi. Mio nonno mi propose di fare l’assistente alla regia, offrendomi in cambio 100mila lire e così accettai. Nei tanti tempi morti del set, per battere la noia, mio padre mi suggerì di portare la macchina fotografica: feci qualche scatto e da lì scoppiò il mio grande amore per la fotografia.

Avevo individuato la mia strada e, innamorato del bianco e nero, mi misi a sviluppare la tecnica prima da autodidatta, attraverso i libri, poi avvertendo la necessità di perfezionarmi e avviare una vera e propria professione”.

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Cosa la affascina della fotografia che il cinema invece non ha? “Senz’altro l‘immediatezza, anche se al tempo, con le pellicole, non avevamo ovviamente la rapidità del digitale di oggi. Tra l’altro, vivendo i tempi della crisi del cinema e conoscendo bene l’entità del materiale occorrente per girare un film, capii subito che la fotografia mi permetteva al contrario di avere un risultato molto più rapido. Inoltre è un’attività che potevo intraprendere da solo”.

I primi passi furono già significativi: “Cercai di fare l’assistente a titolo gratuito per qualche fotografo e mi iscrissi all’Istituto Europeo di Design. Migliorando il know-how fui preso come assistente da Angelo Frontoni, allora famoso fotografo delle dive, come Sophia Loren ad esempio.

Continuando a studiare nelle scuole di fotografia, sviluppai poi l’idea di realizzare un piccolo book personale e avviare la mia scalata verso Milano, quella “Milano da bere” ai tempi tanto gettonata e frequentata, meta indiscussa di personaggi dello spettacolo e della cultura.

Senza conoscere nessuno, affittai un monolocale per poter fare l’assistente al mitico Superstudio, approfittando anche dell’esplosione del prêt-à-porter. I miei lavori destarono subito un grandissimo interesse orientandomi sullo still life anche per diverse campagne pubblicitarie. Poi, approfittando dell’ambiente, cominciai a fare anche foto e cataloghi di moda.

Il mio carattere disponibile, curioso e affabile, mi consentì di allargare la cerchia delle conoscenze. Da lì l’approdo anche al ritratto. In questo campo mi notò il grandissimo Paolo Pietroni, direttore di Max, allora uno dei migliori mensili al mondo.

A Max e all’inserto Sette c’era, tra l’altro, Amilcare G. Ponchielli, tra i più grandi photoeditor a livello internazionale. Con il servizio a Charlotte Lewis, starlette americana che aveva appena fatto il film “Pirati” di Roman Polanski con Walter Matthau, riscossi un grandissimo successo: le mie immagini campeggiarono su diversi manifesti sparsi per Milano. La specializzazione nel ritratto iniziò da lì”.

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Marco Girolami ha maturato esperienze in tutto il mondo… “Dopo 5 anni a Milano, l’approdo a New York, dapprima con l’intenzione di fermarmi solo 10 giorni. Presto però mi diedi da fare per creare contatti di lavoro anche in questa città e fui notato dall’art director di Entertainment Weekly, del gruppo Times, aprendomi le porte ai ritratti anche a livello internazionale.

Trasferitomi a New York subii sfortunatamente la crisi del gruppo Times, che ricorse a molti licenziamenti, e iniziai così a lavorare per le riviste italiane. Dopo due anni rientrai a Roma. La pubblicità nel frattempo era cambiata, con il progressivo inserimento delle persone, del life style, del piacere di vivere.

Su questa linea d’onda realizzai così molte campagne di livello, come Ferrari, British Airways, fino alla prestigiosissima campagna per Alitalia, per Usa e Canada. Questo mi portò notorietà in Inghilterra dove arrivai a curare la campagna per Hilton Group”.

L’intento è stato sempre quello di migliorare la propria arte: “Ho guardato in continuazione le opere degli altri, ma non ho mai perso di vista il mio stile, rendendo i miei tratti riconoscibili nel tempo. Sono stato tra i primi a fare i tagli a metà, a tre quarti.

Tra i primi anche ad andare direttamente dalle celebrities e non farle venire in studio, come è accaduto per gli Spandau Ballet”.

Ha un aneddotto scherzoso da raccontare a proposito di qualche vip? “Ero a Venezia per fotografare sia Pedro Almodovar, che stava presentando “Donne sull’orlo della crisi di nervi”, sia Ray Liotta. Bussai alla stanza di Ray Liotta e lui, aprendo, mi prese letteralmente per la testa come a strozzarmi: aveva organizzato tutto per farmi uno scherzo e scattarmi una foto simpatica. La mia forza è stata sempre anche quella di instaurare un rapporto ogni volta alla pari con le star”.

C’è qualcosa di sè stesso nei soggetti che ritrae? “Sicuramente. Le inquadrature, i tagli, l’individuazione dei dettagli, le indicazioni che do al soggetto e soprattutto la luce che utilizzo”.

Le fotografie di Marco Girolami lasciano un’impronta che le preserva negli anni. Quanto conta nel suo campo saper precorrere i tempi? “Conta moltissimo. Per fare un esempio, ho adattato il digitale alla mia fotografia e non viceversa.

La luce per me è elemento fondamentale, tanto che la mia vera fonte di ispirazione l’ho trovata in pittura, in Caravaggio, perché usava un unico punto luce. Nella mia evoluzione di fotografia Fine Art sto facendo opere che sembrano disegni, compiendo una sorta di giro inverso”.

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Marco Girolami ha svariato nei campi più disparati traendo sempre linfa dall’incontro con nuove realtà: “Nel 2011, ai Musei Mazzucchelli di Mazzano, inaugurai la Biennale Internazionale di Arte Contemporanea con una mostra sul Burlesque, che per me rappresenta le suggestioni dell’infanzia della TV in bianco e nero.

Rimanendo in ambito bresciano, ho curato anche le immagini per la splendida mostra allestita al Museo Santa Giulia, dal tema Roberto Capucci e l’antico. Omaggio alla Vittoria Alata”.

Nel 2016 ha scritto e diretto il docufilm “The inner way – Meditation in Rebibbia”: “È un lavoro a cui tengo molto, girato con scarsa strumentazione, ma prezioso per far capire l’importanza della meditazione buddista per aiutare le persone dentro e fuori dal carcere”.  

Tra le vette della carriera anche la collaborazione col Washington Post magazine per due copertine dedicate rispettivamente a Pierpaolo Piccioli e Alessandro Michele, personaggi non certo facili da agganciare.

“Oggi le vere star sono loro, con i loro look e le loro camaleontiche presenze…” commenta Marco Girolami.

Nell’ultima primavera-estate ha ritratto fiori, confluiti poi nell’esposizione “Flowers” di Noema Gallery. “La prima ispirazione mi venne anni fa da un vecchio libro di stampe giapponesi confermando il mio interesse per il disegno. Nel mio campo cerco infatti di disegnare con la luce”.  

Cosa ha in cantiere per il 2023? “Non mi pongo limiti. Ho svariati progetti legati a fotografia, ritrattistica, regia video e magari anche un libro. I fiori, già citati, sono contemplati come fotografia artistica che realizzo per conto mio in totale libertà.

Mi sto inoltre cimentando in fotografie contemplate come opera unica: ognuna è numerata e certificata, come un’opera pittorica, cercando l’esclusività tipica del quadro”.

Una storia che continua dunque, strizzando l’occhio all’arte e all’indomita capacità di mettere a segno il proprio incredibile background.

marcogirolami.it

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Stefania Vitale

Caporedattrice.
stefania.vitale@dentrocasa.it

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